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  • Immagine del redattoreMarco Carione

L’uomo scordato

da René Kaës









«Il mondo a noi contemporaneo ci pone a confronto con un insieme di intensi sconvolgimenti che interessano le diverse maniere di essere nelle culture dell’umanità e nella vita psichica che in esse affonda le proprie fondamenta. Viviamo ormai in un’umanità scordata, perché mutante».

Essere accordati è fondamentale: pensiamo alle prime accordature tra il bebè e l’ambiente materno. Queste sono assolutamente necessarie per stabilire la vita psichica.

Le fonti di scordatura nel malessere contemporaneo sono diverse: le trasformazioni rapide dei legami tra generazioni; trasformazioni profonde in un breve arco di tempo nelle relazioni tra i sessi, che per quanto liberatorie rispetto alla repressione di un tempo, sono anche fonte di nuovi disturbi e conflitti; le trasformazioni delle strutture familiari; dei legami della socialità; delle strutture di autorità ecc…

«Tutti questi sconvolgimenti mettono in discussione le fondamenta dell’identità e la permanenza del nostro essere psichico. Tutti giocano la loro parte nell’incremento dei disturbi del pensare, …, della violenza incontrollata, della difficoltà d’integrazione e di rappresentazione delle pulsioni nello spazio psichico, nella sottomissione schiacciante al soddisfacimento immediato delle esigenze pulsionali e agli ideali arcaici, nelle rivolte esplosive, qui contro le ingiunzioni consumistiche, lì contro l’indigenza. Nello stesso periodo in cui si sono prodotti questi sconvolgimenti, sono stati scossi le credenze e i miti e con loro le due funzioni vitali che garantiscono: la base narcisistica della nostra appartenenza a un insieme sociale e il sistema delle rappresentazioni sufficientemente sicure e stabili perché possiamo esistere, pensare e comunicare nella differenza».

«A essere scordati, sono anche i legami sociali e i legami intersoggettivi»: il legame tra le persone e le organizzazioni della vita sociale e culturale, così come il legame tra queste organizzazioni e il legame tra i soggetti. «Dico soggetti e non individui, poiché a essere in difficoltà è precisamente il processo di soggettivizzazione».

In una società di individui, che segnala l’illusione individualista, c'è il rischio della riduzione del soggetto a un atomo sociale sprovvisto di legami, a un individuo che si definirebbe attraverso una funzione univoca e parziale di consumatore, di produttore o di esecutore di servizi.


«Il nostro rapporto con la natura è fondamentalmente cambiato e siamo quotidianamente allertati dalle catastrofi ecologiche che abbiamo contribuito a innescare. Che viviamo la natura come una minaccia non è paragonabile a ciò che diceva Freud sulla nostra debolezza dinanzi ad essa. L’abbiamo trattata come un seno-gabinetto e gli avvertimenti che riceviamo sul suo inaridimento non ci fermano, piuttosto il contrario».


«A essere scordati sono i rapporti, fino ad oggi sufficientemente stabili ed efficaci, tra i garanti che assicurano alla vita psichica e alle organizzazioni sociali le loro cornici strutturanti, la loro continuità e le forme nuove, incerte e caotiche, che questi cambiamenti hanno generato».

Oggi, «se non abbiamo solo a che fare con un disagio, ma con una trasformazione strutturale», una mutazione, allora va immaginato l’avvenire senza poterci appoggiare al passato. La mutazione è una rottura. «Uno dei tratti del malessere della civilizzazione moderna è il non saper più fabbricare un futuro e di progetti comuni, poiché il prima, ossia la rappresentazione di sé che si costituisce nel processo di storicizzazione, non è più il supporto sufficientemente affidabile sul quale progetti identificatori prenderanno appoggio, modello e relè».

«La rapidità e l’ampiezza dei cambiamenti ai quali gli umani hanno dovuto far fronte nell’intervallo di due generazioni – talvolta una sola -, conferiscono a questa esperienza alcune affinità con l’esperienza traumatica massiccia: vissuti indecifrabili, fuori senso, nei quali i riferimenti spazio-temporali sono stati sconvolti, suscitano sentimenti di impotenza, di caotizzazione del pensiero, quando quest’ultimo non è paralizzato o inibito dall’angoscia e dalla depressione». Il pensiero è in bilico tra l’aleatorio e l’ineluttabile, tra l’imprevedibile e la sovradeterminazione, tra l’impotenza e l’ipercontrollo […]. Queste linee di forza disgiunte, divaricate e divaricanti, fanno coabitare idee incompatibili.

Riappaiono le grandi paure e l’insicurezza che accompagnano le grandi mutazioni (fine del Medio Evo, rivoluzione francese e sovietica, quella industriale, le guerre mondiali), ma con oggetti e caratteri differenti. Oggi si manifestano a bassa voce, nelle mura chiuse delle istituzioni e delle famiglie, nei sintomi violenti degli attentati, del terrorismo, delle violenze urbane e, più quotidianamente, nell’infiltrazione della pericolosità del mondo, dell’altro, della vita psichica stessa.

«Queste relazioni fobiche con il mondo e non se stessi attestano la sofferenza e l’angoscia che le nutrono».

p.33-38

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